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Le rubriche

I film e gli spettacoli

Una notte al Louvre: Leonardo da Vinci 
Poliedrico, eclettico, grandissimo… non ci sono abbastanza aggettivi per definire Leonardo da Vinci, che sarebbe riduttivo definire solo il più famoso artista rinascimentale. A lui il Louvre ha dedicato una mostra chiusa nel febbraio 2020, con grandissimo successo, e da questo grande evento è nato “Una notte al Louvre: Leonardo da Vinci” che, nell’ambito della nuova stagione della Grande Arte al Cinema di Nexo Digital, sarà nelle sale italiane solo per tre giorni, il 21, 22 e 23 settembre.
Girato appositamente per le sale cinematografiche, il documentario accompagna lo spettatore in una straordinaria passeggiata notturna attraverso il Louvre, in compagnia dei curatori della mostra, Vincent Delieuvin e Louis Frank, per scoprire attraverso la mostra il lavoro dell'artista nella sua totalità, dimostrando come Leonardo avesse elevato la pittura al di sopra di tutte le altre ricerche e come la sua indagine sul mondo (la "scienza della pittura", come l’aveva definita) fosse messa al servizio di un'arte la cui ambizione suprema era quella di dar vita ai suoi dipinti.
Primi piani delle opere, che ci mostrano aspetti normalmente impossibili da notare, radiografie che evidenziano i ripensamenti dell’artista, che grazie alla nuova tecnica dei colori ad olio ad asciugatura lenta apportava continuamente perfezionamenti e modifiche ai quadri, tutto porta ad approfondire la conoscenza di un uomo la cui grandezza è stata tale da rendere difficile confinarlo in un solo ambito.
Per l’autunno 2020 la Grande Arte al Cinema è distribuita in esclusiva per l’Italia da Nexo Digital con i media partner Radio Capital, Sky Arte, MYmovies.it, ARTE.it e in collaborazione con Abbonamento Musei e tutti i suoi titoli possono essere richiesti anche per speciali matinée al cinema dedicate alle scuole. Per prenotazioni: Maria Chiara Buongiorno, progetto.scuole@nexodigital.it, tel 02 805 1633

Il meglio deve ancora venire
In un mondo in cui la maggior parte delle persone è convinta di essere immortale e, quando si accorge che così non è, preferisce immobilizzarsi e morire un poco ogni giorno fino all’ultimo, un film come “Il meglio deve ancora venire” riesce a far ridere, piangere, ma, soprattutto, riflettere…
È fondamentalmente il racconto di una grande storia di amicizia tra due persone completamente differenti, ma un’amicizia talmente profonda da passare attraverso gli anni e superare gli opposti modi di vivere, di pensare e di amare la vita.
César, appassionato della vita, una vera forza della natura, dopo l’ennesimo problema finanziario, si rifugia da Arthur, ex compagno di collegio, professore universitario di medicina, fin troppo serio e pignolo. Proprio a causa della cialtroneria di César, per un equivoco, Arthur viene a scoprire che l’amico ha un cancro ai polmoni che gli lascia pochi mesi di vita. Cerca di dirglielo, ma la vitalità di César gli tappa la bocca, non solo ma è anche la causa di un equivoco in base al quale è César ad essere convinito che Arthur sia malato. Su questo gioco degli equivoci si sviluppa tutto il film, in cui ognuno dei due cerca di fare sì che l’altro trascorra al meglio gli ultimi giorni della sua vita, senza portarsi dietro né rimorsi né rimpianti per gli inevitabili errori commessi. E anche se il prevedibile finale sfiora le soglie del patetico, lascia aperta la porta alla speranza e, soprattutto alla vita e alla vitalità.
Con una grande prova attoriale, Fabrice Luchini nei panni di Arthur e Patrick Bruel in quelli di César, affiancati da Randa (Zineb Triki) e Virginie (Pascale Arbillot) che riescono a non essere due figure solo di sfondo ma quasi coprotagoniste, sotto la regia di Matthieu Delaporte e Alexandre De La Patellière, riescono ad equilibrare i vari stati d’animo e percorrono tutto il film con la loro forza impetuosa.
Distribuito da Lucky Red, “Il meglio deve ancora venire” sarà nelle sale italiane a partire dal 17 settembre.

Dopo il matrimonio
Chissà perché spesso le persone di potere, politico o economico, si sentono in diritto di decidere del futuro di coloro che gli sopravviveranno…
È il caso della protagonista di “Dopo il matrimonio”, Theresa Young (Julianne Moore), ricca imprenditrice newyorkese.
Poco prima del matrimonio della figlia Grace, la donna invita a New York Isabel (Michelle Williams), un’americana che vive da molti anni a Calcutta in un orfanotrofio con gravi problemi economici, per valutare la possibilità di fare una donazione che salverebbe l’orfanotrofio.
Al momento del colloquio, Isabel viene inaspettatamente invitata alle nozze di Grace. Fin qui niente di particolare, senonché, al suo arrivo alla cerimonia, Isabel scopre che il padre di Grace (Oscar Carlson, interpretato da Billy Crudup) è l’uomo con cui aveva avuto una relazione prima di andare in India, lasciandosi alle spalle non solo la vita americana ma anche… una figlia, che non aveva voluto riconoscere e che avrebbe dovuto essere stata data in adozione. Ma le sorprese non finiscono qui, ovviamente. Al momento del taglio della torta si scopre che Grace è la figlia che Oscar non aveva voluto dare in adozione e aveva tenuto con sé.
Dopo un primo, inevitabile smarrimento, Grace decide di imparare a conoscere la vera madre, Isabel, e tra le due nasce un rapporto di affetto, incoraggiato anche da Theresa. Ma perché? Ovviamente per un secondo fine, per quanto nobile e altruistico, ma che in fondo dà l’impressione che tutti i personaggi siano solo marionette tra le mani della grande benefattrice…
Con la regia di Bart Freundlich e distribuito da Lucky Red, “Dopo il matrimonio” è in esclusiva su www.miocinema.it

Assandira
Probabilmente difficile trovare un protagonista più perfetto di Gavino Ledda (che molti ricorderanno come il pastore semianalfabeta che, grazie alla sua forza di volontà e alla sua intelligenza, arrivò a laurearsi e a raccontare la sua vita nel romanzo “Padre Padrone”) per impersonare Costantino Saru, protagonista di Assandira, che passa dalle sembianze quasi di un Cristo in croce, con la sua magrezza e spigolosità a inizio film, alla dolcezza di una Madonna quando, come in una Pietà Medioevale, stringe tra le braccia il figlio morto, fino alla forza che rivela a poco a poco, con il progredire della vicenda, con uno scontro, più che un incontro, tra culture e generazioni che porta ad una conclusione talmente imprevedibile da lasciare sconvolto lo stesso giudice istruttore.
Costantino, infatti, ricostruisce a poco a poco il ritorno del figlio Mario e della nuora Grete dalla Germania, che intendono realizzare un agriturismo dove i turisti possano assaporare il clima della Sardegna selvaggia, rurale, contadina, fino ad arrivare alla notte precedente, quando un grande incendio ha distrutto tutto, compresa la vita di Mario e del piccolo che Grete portava in seno. Una visione falsa e stereotipata della realtà quella che vorrebbero i giovani, però, ben lontana da quella vera, vissuta ogni giorno dal vecchio, e Costantino, con la sua semplicità ma soprattutto con la sua profonda onestà intellettuale, non può e non vuole accettare questo mondo, in un crescendo di incomprensioni, di vergogna e di dolore.
Una storia dura, come dura e scura è la regia di Salvatore Mereu, che lascia solo qualche sprazzo di luce che però non riesce ad allentare la tensione, accentuata anche dall’uso della lingua sarda (sottotitolata!) della vecchia generazione e da quella italiana o straniera della nuova.
Presentato fuori concorso alla 77° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Assandira” sarà nelle sale a partire dal 9 settembre.