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Le rubriche

I film e gli spettacoli

Rapina a Stoccolma
A volte si dice che la realtà supera la fantasia, e ci sono davvero situazioni in cui ciò è talmente vero da sembrare impossibile o da diventare un “esempio” per altre situazione similari. È il caso della famosa “Sindrome di Stoccolma”, spesso invocata ma di cui pochissimi sanno le origini.
È il 1973 quando, nella realtà, Jan-Erik Olsson prende in ostaggio sei impiegati della Sveriges Kreditbank di Stoccolma per ottenere la liberazione del fraterno amico Clark Olofsson. Gli otto resteranno ben sei giorni nella banca, poiché il primo ministro Pallme si rifiuta di far allontanare i rapitori insieme ai loro ostaggi.
In questi sei giorni (che in “Rapina a Stoccolma” si riducono a tre, così come solo tre sono gli ostaggi) si instaura un curioso rapporto tra vittime e carnefici, tanto che quando finalmente uscirono dalla banca gli ostaggi fecero di tutto per salvare i loro sequestratori.
Il regista Robert Budreau pone l’accento sulla crescita di questo rapporto, soprattutto tra Jan (interpretato da un istrionico e bizzarro Ethan Hawke con il nome di Lars, un rapitore forse più pieno di umanità di tanti altri personaggi più legati alla “ragion di stato”) e Bianca (l’attrice svedese Noomi Rapace che lentamente passa da rigida e composta impiegata bancaria a sostenitrice e forse anche amante di Lars), portando lo spettatore, tra battute e momenti di tensione, a chiedersi da che parte realmente stare, forse coinvolto in una propria, improbabile Sindrome di Stoccolma.
Distribuito da M2Pictures, “Rapina a Stoccolma“ sarà nelle sale a partire dal 20 giugno.

I Morti non muoiono – The Dead Dont’t Die
Paura degli zombies? Forse dovremmo, almeno un po’, visto che anche se non ce ne rendiamo conto forse ne siamo circondati: basta guardarsi intorno e osservare le persone che ci passano accanto, senza vederci perché hanno gli occhi fissi sui cellulari, o non ci ascoltano perché pensano alle scarpe all’ultima moda che vogliono comperarsi…
I morti viventi di “I morti non muoiono” sono visti dal regista, Jim Jarmusch, proprio come esseri che tornano alla vita solo per avere nuovamente quello che potrebbe essere stata la loro ossessione quando erano tra di noi. Con molte punte di umorismo e qualche vena di surrealtà, gli zombies invadono una piccola cittadina americana, tanto piccola che la stazione di polizia è presidiata solo da due uomini (Bill Murray e Adam Driver) e una donna (Tilda Swinton). Intorno a loro una popolazione pittoresca, dal fattore razzista Miller (Steve Buscemi) all’eremita Bob (Tom Waits).
Tutto parrebbe tranquillo, nella cittadina, quando un evento “esterno” la sconvolge: gli americani, infatti, con le loro ricerche petrolifere hanno spostato l’asse terrestre. E, sembra dirci il regista, anche un piccolo mutamento nella Natura porta a grandi mutamenti nella vita quotidiana, e a poco a poco i morti si risvegliano per riappropriarsi di quanto avevano voluto fortemente in vita. Momenti di grande umorismo, quindi (i primi due zombi vogliono solo Caffè!!!) ma anche un grande messaggio: non risvegliate gli istinti più profondi, le conseguenze potrebbero essere devastanti!
Distribuito da Universal, I Morti non muoiono sarà nelle sale italiane a partire dal 13 giugno.

American Animals
È inutile: non ci sono più veri professionisti! E quando ci si improvvisa in un lavoro che non si conosce, si finiscono solo per fare pasticci…
Un’ennesima dimostrazione viene da “American Animals”: quattro ragazzi che decidono di rubare un libro di grande valore illustrato con la fauna americana custodito nella biblioteca dell’università di Lexington, nel Kentucky.
Sembrano aver previsto tutto, ma alla fine non hanno preso in considerazione gli elementi più importanti (per esempio le vie di fuga…), e la loro avventura si conclude con ben sette anni di prigione.
Il regista, Bart Layton, con un interessante metodo cinematografico, fa procedere la storia in parallelo tra la finzione cinematografica, con quattro attori che interpretano i ragazzi, e i racconti dei ragazzi reali (si tratta infatti di una storia vera e i quattro ragazzi, ormai uomini, hanno scontato la loro pena e sono tornati in libertà) che ricostruiscono la vicenda o, meglio, quello che ricordano loro stessi della vicenda: anche il ricordo, infatti, può essere soggettivo, ed anche questo aspetto rende ancora più interessante questo film.
Distribuito da Teodora Film, “American Animals” è nelle sale a partire dal 6 giugno.

Red Joan
La strada per seguire le buone intenzioni è spesso impervia, difficilmente tutta bianca o tutta nera, quasi sempre piena di sfumature, di decisioni difficili da prendere… Quella seguita alla fine della Seconda Guerra Mondiale dall’inglese Melita Norwood (il vero nome di Joan Stanley, la protagonista di Red Joan) lascia ancora oggi spazio a molte discussioni su quale sia il confine tra giusto e ingiusto.
Scienziata lei stessa, faceva parte del gruppo inglese di scienziati che studiava la realizzazione della bomba atomica. Sconvolta dai devastanti risultati che la bomba aveva avuto a Hiroshima e Nagasaki, decise di unirsi a quello che venne chiamato “Cambridge Spy Ring” e passare i segreti sullo “stato dell’arte” dei progetti inglesi ai russi. La cosa venne alla luce solo nel 2.000, quando la donna aveva ormai superato gli ottant’anni.
Red Joan racconta la vicenda su due piani paralleli: da una parte il racconto dell’arresto e delle accuse a Joan, che vede protagonista una sempre bravissima e credibile Judy Dench, che riesce a dare al suo personaggio la debolezza della donna anziana ma nello stesso tempo la forza e la fierezza con cui difende le sue motivazioni; dall’altra una serie di flash back in cui una altrettanto brava Sophie Cookson impersona Joan giovane e rivive tutto il percorso e la sofferenza interiore che l’ha portata a tradire il suo paese. Ma, come dichiarerà Joan in un’appassionata difesa, non si trattò di tradimento ma di amore per il suo prossimo: se tutti avessero condiviso i segreti per la costruzione della bomba, nessuno avrebbe più avuto la supremazia e nessuno l’avrebbe più usata. E, in fondo, dopo settant’anni forse dobbiamo ringraziare il suo coraggio….
Con la regia di Trevor Nunn e distribuito da Vision Distribution e Cloud 9 Film, Red Joan sarà nelle sale a partire dal 9 maggio.

Ted Bundy – Fascino Criminale
Numerosi film sono stati girati non solo sui vari serial killer che nella fantasia o nella realtà sono entrati nella storia e nell’immaginario collettivo, ma anche su Ted Bundy, autore di almeno 30-35 omicidi ai danni di giovani donne negli Stati Uniti tra il 1974 e il 1978, ma forse anche prima.
Quello che distingue e rende interessante questo film, è il punto di vista da cui viene descritta tutta la vicenda: quello di Elizabeth Kloepfer, che con lui ebbe una lunga relazione, senza mai sospettare di nulla, tanto da cadere vittima della depressione e dell’alcolismo quando l’uomo venne incriminato. Ted, uomo affascinante e manipolatore, infatti, era riuscito ad ingannare tutti, compreso un’altra donna, Carol Ann, che addirittura lo sposò in carcere. Ted negò sempre con forze e caparbietà ogni accusa, fino a pochi giorni prima di essere ucciso: nella prigione della Florida in cui era rinchiuso, infatti, Elizabeth gli mostrò la foto di una donna decapitata che le aveva dato anni prima il detective che aveva formalizzato l’accusa, chiedendogli la verità. Ted non parlò, scrisse solo sul vetro che li divideva la parola “Seghetto”, ammettendo quindi implicitamente ogni colpa.
Il film porta a chiedersi quanto “si voglia” essere ciechi anche davanti all’evidenza e quanto si possa realmente essere all’oscuro di tutto: del resto la cronaca parla tutti i giorni delle lettere d’amore che i peggiori criminali ricevono in carcere o delle numerose amanti che circondano anche i più noti malfattori o uomini politici. Il fascino criminale è così potente? Sembrerebbe di sì….
Con la regia di Joe Berlinger, Zac Efron nei panni di Ted, Lily Collins in quelli di Elizabeth e John Malkovich in quelli del giudice che lo condannò a morte, distribuito da Notorius, Ted Bundy sarà nelle sale a partire dal 9 maggio.

Le invisibili
Sembra incredibile, ma nel mondo degli emarginati c’è chi è ancora più emarginato, e si tratta delle donne, costrette a vivere la loro già difficile situazione in modo ancora più drammatico degli uomini, poiché spesso vittime anche di violenze non solo verbali.
Per fortuna in genere non solo sole, accanto a loro ci sono le assistenti sociali, per cui, frequentemente, il lavoro è più una missione che un vero e proprio lavoro.
E proprio le donne senza fissa dimora e le assistenti sociali sono “Le invisibili” di cui parla, nel suo film, il regista Louis-Julien Petit.
Ispirandosi al documentario “Femmes invisibles” e al successivo libro “Sur la route des invisibles” di Claire Lajeunie, racconta le vicende spesso tragicomiche di un gruppo di donne parigine che, grazie alla forza di volontà e a una solidarietà tutta femminile, riesce alla fine a ritrovare una sua dignità e, in molti casi, una nuova posizione all’interno della società.
Spesso con ironia e senza pietismi, le storie di queste donne sono raccontate in gran parte non solo da attrici non professioniste, ma addirittura da donne che hanno avuto un passato senza fissa dimora, dimostrando quindi anche concretamente, e non solo con le classiche buone parole di un film, che non sempre tutto è perduto e che l’onestà, anche morale, a volte ripaga.
Distribuito da Teodora Film, “Le invisibili” sarà nelle sale a partire dal 18 aprile.

Una giusta causa
Quello della discriminazione è un problema complesso, soprattutto se si riesce ad essere abbastanza imparziali da vederla in tutte le sue sfaccettature. Ed è quello che fece, anche nella realtà, Ruth Bader Ginsburg, brillantissima avvocatessa americana entrata nel 1956, insieme a sole altre otto donne, nel corso di Legge della prestigiosa Università di Harvard, laureatasi a pieni voti non solo ad Harvard ma anche all’Università della Columbia.
Grandi successi che però, in quanto donna, non le permisero di essere accettata in nessuno studio legale newyorkese e la costrinsero ad accettare semplicemente una cattedra universitaria, ovviamente sul tema della Discriminazione tra i sessi. Sembrava una carriera anonima destinata ad accompagnarla tutta la vita, quando il brillante marito, Martin, le segnalò una discriminazione “al contrario”: quello di un uomo che, avendo deciso di accudire la vecchia madre, si vide rifiutare le detrazioni per la badante che aveva dovuto assumere. Secondo la legge americana, infatti, un uomo non sposato non aveva il compito di accudire i famigliari, in quanto non era nella sua “natura”, contrariamente a quanto reputato normale per una donna.
Ruth riuscì a dimostrare l’assurdità di tale concetto, valido forse nel 1800 quando era stata stesa la Costituzione americana, ma ormai superato dai tempi. Vinse la causa, aprendo così la strada verso il riconoscimento di una vera parità dei diritti (anche se, guardandosi intorno, ci si chiede dove sia arrivata questa strada…) e diventando addirittura la seconda donna nominata Giudice alla Corte Suprema.
“Una Giusta Causa” vede come protagonisti Felicity Jones, piccola e minuta ma determinata Ruth, Armie Hammer nei panni del gigantesco Martin, un marito come molte vorrebbero avere nella realtà, e la regia di Mimi Leder.
Distribuito da Videa, sarà nelle sale a partire al 28 marzo.