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Le rubriche

Le mostre

Carlo Carrà
Milano, Palazzo Reale
4 ottobre 2018-3 febbraio 2019

La mostra in corso nelle sale di Palazzo Reale a Milano è la più ampia e importante che sia stata dedicata a Carlo Carrà (Alessandria1881-Milano1966), uno dei più gandi maestri del Novecento, protagonista fondamentale dell’arte italiana e della pittura moderna europea.
L’attuale rassegna che fa seguito nel tempo alle due precedenti, sempre tenute a Milano a Palazzo Reale nel 1962 e nel 1987, intende ricostruire attraverso la presenza di 130 opere in ordine cronologico  l’intero percorso artistico del maestro.
Le opere provengono dalle più importanti collezioni italiane e internazionali, pubbliche e private.
Carrà è stato artista irrequieto e di grandi aperture culturali, amante dei viaggi che lo hanno portato giovanissimo a Parigi ove conosce la pittura francese da Courbet a Cezanne e frequenta personaggi di altissimo livello quali Picasso e Apollinaire. Successivamente a Londra conosce i grandi paesaggisti inglesi.
Nel corso delle sue esperienze stringe rapporti con Marinetti, Boccioni, De Chirico e molti altri.
Carrà ha attraversato tutti i grandi movimenti artistici del Novecento, seguendo in particolare il Futurismno e la Metafisica, per accostarsi poi alla natura, che in lui è diventata mito (Albero sulla spiaggia), alle figure e ai ritratti.
Le 7 sezioni in cui è suddivisa la mostra permettono di cogliere chiaramente i singoli periodi della vita e dello stile dell’artista: Divisionismo e Futurismo, Primitivismo, Metafisica, Ritorno alla natura, Centralità della figura, Gli ultimi anni, Ritratti.
In mostra sono presenti anche vari documenti che testimoniano i momenti più significativi della vita del Maestro. Sono fotografie, lettere e numerosi filmati in cui Carrà illustra in prima persona pagine della sua autobiografia “La mia vita” scritta nel 1942.
Catalogo: Marsilio Editori
Per informazioni: www.mostracarlocarra.it
(GTV)

Elliott Erwitt. Icons
Pavia. Scuderie del Castello Visconteo
13 ottobre 2018-27 gennaio 2019

Elliott Erwitt è considerato uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea, e in occasione del suo novantesimo compleanno, viene celebrato nella storica sede del Castello Visconteo a Pavia.
Nato in Francia nel 1928 da genitori immigrati russi, vive suoi primi anni in Italia. A dieci anni ritorna con la famiglia in Francia per trasferirsi nel 1939 negli Stati Uniti ove vive prima a New York e successivamente a Los Angeles. Studia alla Hollywood High School ove sviluppa anche stampe “firmate” per i fan delle star del cinema.   
Nel 1949 torna in Europa viaggiando in Italia e in Francia, ed inizia in questo periodo la sua carriera di fotografo professionista.
Nel 1950 si stabilisce definitivamente a New York. Nel 1951 entra nell’esercito americano ove rimane fino al 1953. Dopo il congedo viene invitato da Robert Capa ad unirsi a Magnum Photos di cui diviene presidente nel 1968 e di cui ancor oggi è membro attivo, rimanendo una delle figure leader nel mondo della fotografia.
I suoi lavori sono stati presentati nelle più prestigiose sedi espositive.
Nell’attuale mostra, attraverso settanta dei suoi più famosi scatti, pervasi da una vena romantica e surreale che spesso nasconde tocchi di ironia, si può cogliere uno spaccato della storia e del costume del Novecento.
Nel percorso espositivo si ammirano personaggi e momenti di vita che sono rimasti indimenticabili nell’immaginario collettivo.
I suoi scatti hanno colto la lite tra Nixon e Kruscev, Jackie Kennedy durante il funerale del marito, il fidanzamento di Grace Kelly con il Principe Ranieri di Monaco. Accanto ai ritratti di personaggi famosi come Marlene Dietrich, Che Guevara, Marilyn Monroe ce ne sono altri di natura più intima e privata come quello della sua bimba neonata adagiata sul letto mentre viene amorevolmente osservata dalla mamma. E ci sono anche tante immagini dei suoi amati cani ripresi spesso in divertenti situazioni.
La rassegna si chiude con una collezione di autoritratti ove risalta come l’autore ami spesso prendersi gioco di se stesso. 
Catalogo: Sudest 54
Per informazioni e prenotazioni: www.scuderiepavia.com
(GTV)

Tex. 70 anni di un mito
Milano, Museo della Permanente
2 ottobre 2018-27 gennaio 2019

Era il 30 settembre 1948 quando nelle edicole italiane uscì il primo albo a striscia di Tex, personaggio creato da Gianluigi Bonelli e realizzato graficamente da Aurelio Galleppini.
La mostra, a lui dedicata da Sergio Bonelli Editore e patrocinata dal Comune di Milano, in corso nei saloni della Permanente racconta come nel corso dei suoi 70 anni di storia il personaggio Tex, grazie al suo profondo senso di giustizia e alla sua innata generosità sia diventato in poco tempo l’eroe più amato del fumetto italiano conquistando diverse generazioni.
Attraverso disegni, fotografie, materiali vari e intallazioni a tema rivive la storia di Tex, l’avventuriero sempre pronto ad affrontare  i banditi, a difendere le tribù indiane perseguitate, percorrendo i sentieri del vecchio West, i deserti infuocati del Messico, le fredde regioni del Grande Nord.  Il fascino di Tex, infallibile Ranger per i bianchi e saggio capo Aquila della Notte per i Navajos, è decisamente legato all’epopea della Frontiera americana.
In mostra sono presenti anche alcuni pezzi di singolare interesse: la prima vignetta di Tex, declinata in varie lingue, il ritratto di Gianluigi Benelli e famiglia, realizzato da Tacconi, fotografie di Aurelio Galleppini, e la mitica macchina da scrivere di Gianluigi Benelli, la Universal 200 con cui sono state scritte le primissime storie di Tex.
La mostra è accompagnata da un ricco calendario di appuntamenti per permettere ai lettori la possibilità di incontrare autori, disegnatori e curatori legati al mondo di Tex.
Catalogo a cura di Sergio Bonelli Editore 
(GTV)    

Idoli. Il potere dell’immagine
Venezia - Palazzo Loredan - Campo Santo Stefano 2945
15 settembre 2018-20 gennaio 2019

Nella prestigiosa sede di palazzo Loredan, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, è in corso una eccezionale mostra promossa dalla Fondazione Giancarlo Ligabue e curata da Annie Caubet, conservatrice onoraria del Museo del Louvre.
Sono un centinaio di opere di cui 14 appartenenti alla Collezione Ligabue e le altre prestate da importanti collezioni pubbliche e private e musei internazionali.
Tali oggetti preziosi sono legati ad uno spazio temporale che va dal 4000 al 2000 a.C. e provengono dalla Penisola Iberica fino alla Valle dell’Indo e sino ai remoti confini dell’Estremo  Oriente.
Sono opere raffiguranti il corpo umano e testimoniano quanto notevoli siano stati in  millenni così lontani i contatti tra le diverse genti.
E’ interessante vedere come in parti del mondo lontanissime tra loro si siano sviluppate tradizioni e forme di rappresentazioni simili e siano stati usati materiali provenienti dalle terre più diverse: l’ossidiana dalla Sardegna e dall’Anatolia, i lapislazzuli dall’Afghanistan, l’avorio dall’Egitto o dalle coste del Levante.
Dai tempi della preistoria l’uomo ha sentito il bisogno di rappresentare momenti di vita con graffiti, pitture murali ed anche in forma tridimensionale, e già dall’età paleolitica sono state realizzate statuette  in diversi materiali e riproducenti tratti umani.
Dapprima sono quasi esclusivamente figure femminili particolarmente prosperose, forse simbolo del potere della Terra, della Fertilità e della Maternità. Appartenete al IV millennio a.C. e proveniente dall’Arabia sud-occidentale è la cosiddetta Grande Madre, figura steatopigia stante.
Successivamente con l’affermarsi di società più strutturate sono gli uomini a diventare protagonisti come dei, sovrani ed eroi. Ci sono  rappresentazioni di idoli astratti e geometrici che tanto hanno affascinato gli artisti del Novecento e i famosi “idoli oculari” che affidano all’occhio l’espressione della presenza spirituale. Il bisogno dell’individuo di esternare le proprie paure e le proprie speranze  è affidato alla raffigurazione di uomini reali (Suonatore di arpa cicladico, Santorini -III millennio) o di divinità create ad immagine dell’uomo, ma con specifici abiti e attributi.
Un’ulteriore evoluzione si nota nell’età del Bronzo con gli artisti della Civiltà dell’Oxus sviluppatasi nell’Asia centrale. Sono raffigurate battaglie cosmiche con esseri dalla doppia identità animale e umana come il “Drago dell’Oxus”, con il corpo coperto di squame di serpente, detto anche Lo Sfregiato, per il profondo squarcio che gli deturpa il volto. E’ considerato la controparte selvaggia della famosa “Dama dell’Oxus”, detta anche “Venere Ligabue” (Iran Orientale 2200-1800 a.C.), forse uno spirito astrale o una principessa battriana. Questa maestosa Dama, simbolo della Collezione Ligabue, indossa una veste levigata, è seduta con il busto eretto, la testa e il lungo collo emergono dalla scollatura circolare mentre il mantello le ricopre interamente il corpo e le braccia. Il volto è caratterizzato da grandi occhi in rilievo e da labbra e naso finemente modellati, la capigliatura, in parte danneggiata,  giocata sul contrasto di colori scuri, è raccolta in un lungo boccolo che ricade sulla spalla. 
Catalogo Skira (edizione italiano e inglese)
Ulteriori informazioni: www.ligabue.it
(GTV) 

Lichtenstein e la Pop Art americana
Fondazione Magnani Rocca - Mamiano di Traversetolo – Parma
8 settembre-9 dicembre 2018

A Roy Lichtenstein, genio della Pop Art americana, è dedicata nella prestigiosa sede della Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani Rocca una mostra unica nel suo genere, resa possibile dalla collaborazione tra la Fondazione, celebri musei internazionali,  prestigiose gallerie e collezioni private.
In mostra unitamente alle opere del Maestro sono presenti anche testimonianze degli altri grandi protagonisti della Pop Art quali Andy Warhol, Mel Ramos, Allan D’Arcangelo, Tom Wesselmann, James Rosenquist e Robert Indiana.
Roy Lichtenstein (New York 1923-1997) unitamente ad Andy Warhol è stato la figura più rappresentativa della storia dell’arte del XX secolo.
Autore complesso e vario per i differenti temi trattati inizia la sua carriera artistica negli anni Cinquanta, raggiunge poi la sua massima affermazione negli anni Sessanta e mantiene i suoi alti livelli sino alla scomparsa avvenuta nel 1997. Il suo particolare stile caratterizzato dal retino tipografico, l’utilizzo del fumetto in ambito pittorico, le rivisitazioni pop dell’arte  antica e recente, i soggetti più vari stampati sui poster sono inevitabilmente entrati a far parte dell’immaginario collettivo anche delle nuove generazioni.
La mostra, che conta 80 opere, prende inizio dai primi anni della Pop Art americana, tra il 1960/65, quando nascono le icone di Lichtenstein legate al mondo dei fumetti e della pubblicità.
A testimoniare la nuova arte che  prende il nome di Pop per la varietà dei soggetti trattati ispirati alla realtà quotidiana, accanto a capolavori di Lichtenstein come Little Aloha, Crying Girl, Sweet Dream, Baby, ci sono lavori di Warhol, Rosenquist e altri.
Seguono opere che tra tradizione e innovazione propongono un modo tutto nuovo di interpretare i grandi temi dell’arte classica e dell’arte astratta.
Accanto alle numerose serigrafie e litografie di Lichtenstein, “Modern Art Poster”, “Industry and the Arts”, “Pyramids”, “Still life with portrait”, ci sono le astrazioni numeriche di Robert Indiana, “Four”, e il ciclo “Flowers”  di Andy Warhol.
Oltre a trarre ispirazione dall’arte classica, Lichtenstein guarda a maestri come Matisse e Picasso, Cézanne e Mondrian e al Surrealismo di Dalì, come si evidenzia nella celebre “Girl with Tears III”, proveniente dalla Foundation Beyeler di Basilea.
La rassegna si chiude con un paesaggio, altro tema trattato dall’artista.
In questa tela stupenda, “Painting in Landscape”, il quadro è inserito dentro il paesaggio  ritratto. Il soggetto è riconoscibile, ma la vivacità e la liquidità dei colori, e la scioltezza delle linee pur marcate, conferiscono all’opera la profonda astrazione di un sogno.
In mostra è presente anche una serie di fotografie che ritraggono Lichtenstein all’opera nel suo studio. Sono state scattate da Ugo Mulas e Aurelio Amendola, due protagonisti della fotografia d’arte italiana.
Catalogo: Silvana Editoriale S.p.A.
Per informazioni: www.magnanirocca.it
(G.T.V.)       

Sandro Chia
Locarno, Pinacoteca Comunale Casa Rusca
9 settembre 2018-6 gennaio 2019

Sandro Chia (Firenze 1946), uno dei maggiori rappresentanti della Transavanguardia è presente per la prima volta in Svizzera, a Locarno, nella prestigiosa sede della Pinacoteca Comunale Casa Rusca.
Il movimento artistico della Transavanguardia nasce negli anni ottanta in contrapposizione al concettualismo dell’arte povera, spinto a recuperare quegli stimoli che avevano caratterizzato alcune avanguardie storiche come l’espressionismo, il fauvismo e la metafisica.
Nella rassegna, accanto ai dipinti di Chia ci sono opere degli altri esponenti del movimento, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino, forse il più noto.
I 50 grandi dipinti presenti in mostra ed eseguiti dall’artista negli ultimi quarant’anni permettono di entrare nel suo universo poetico legato al tragitto del suo pensiero e della sua vita.
Nella sua ricerca pittorica Chia trae ispirazione sia dai grandi maestri del passato quali Masaccio e Michelagelo sia dagli artisti del Novecento come De Chirico, Cézanna, Picasso e Chagall.
Elementi fondamentali della sua opera sono il segno deciso, il colore forte, violento, che si esprime in diverse tonalità, e una notevole fantasia che  attinge al mito, a fonti letterarie, a momenti della quotidianità.
I suoi personaggi esprimono attraverso il corpo i sentimenti dell’inconscio. I corpi, monumentali nelle forme, talvolta accostati a figure molto più piccole (Io sono un pescator,1983), differenziati da colori accesi, vivono le loro problematiche interiori, inseriti in sfondi bucolici (Leave the Artist Alone,1985) o su superfici gremite di vortici o ghirigori. Momenti onirici e drammatici si alternano nel mistero della vita. Nella frenesia della quotidianità è anche facile perdere la propria identità come in Hand game (1081) ove una figura maschile senza volto cerca di pugnalare una donna che ha il viso coperto da una maschera. Altro elemento che sta ad indicare un profondo senso di solitudine è la presenza di volti sovrapposti (Ornamental Monument, 2006). Ma accanto a tali disagi non manca la ricerca di comunicazione con gli altri anche per mezzo di uno strumento musicale (M.for Music, 2006).
Nel catalogo che accompagna la mostra sono presenti contributi critici di Rudy Chiappini e Marco Pierini
Per informazioni e prenotazioni: +41(0)917563185 
(GTV)

Echi dall’antichità. Carl Burckhardt (1878-1923) - Uno scultore tra Basilea, Roma, Ligornetto
Museo Vincenzo Vela. CH Ligornetto
10 giugno-28 ottobre 2018

Ligornetto, città svizzera ove Carl Burckhardt trascorse gli ultimi anni della sua piuttosto breve esistenza, dedica all’artista un’ampia mostra monografica che presenta un consistente nucleo di opere scultoree unitamente ad una selezione di dipinti e disegni.
Obiettivo è quello di illustrare le differenti sfaccettature del percorso  biografico e artistico di Burckhardt, che se pur considerato da alcuni il padre della scultura moderna svizzera, è ai nostri giorni ancora poco conosciuto. 
Carl Burckhardt (nato a Lindau, nel Canton Zurigo), artista poliedrico, dopo essersi formato come pittore a Basilea e a Monaco, ispirandosi prevalentemente all’opera grafica di Max Klinger, nel 1899 si trasferisce in Italia e pur visitando varie località come Anzio, Napoli e Capri, si stabilisce per cinque anni a Roma ove da’ inizio alla sua carriera di scultore, affascinato dalla ricchezza e dalla bellezza dei capolavori della classicità.
Dal 1905 torna a vivere a Basilea ove realizza numerosi rilievi e sculture per importanti edifici progettati dal celebre architetto Karl Moser a Basilea e Zurigo. Tra il 1910 e il 1914 scolpisce le cinque metope e le due statue dentro le nicchie per il Kunsthaus di Zurigo, e tra il 1914 e il 1921 le due statue del Reno e della Wiese per le fontane davanti alla stazione badese di Basilea.   
Pur considerando la mitologia classica fonte principale d’ispirazione nell’arco della sua carriera, Burckhardt cerca però sempre nuove soluzioni sul piano stilistico formale, sempre volto al confronto con le diverse correnti dell’arte moderna. Matura così uno stile del tutto originale, caratterizato dalla riduzione dell’anatomia dei corpi per raggiungere forme che si librano nello spazio. In opere come il “Danzatore” o la ”Amazzone che conduce un cavallo” si coglie appieno l’espressione di una compiuta ricerca formale.
Le opere presenti in mostra provengono da prestigiosi musei quali il  Kunstmuseum di Basilea e il Kunsthaus di Zurigo e da raccolte svizzere private.
A Carl Burckhardt, dopo l’attuale mostra presso il Museo Vincenzo Vela a Ligornetto, ne sarà dedicata un’altra al Kunstmuseum di Basilea dal 1 dicembre 2018 al 31 marzo 2019.
L’intera opera dell’artista è illustrata nel catalogo bilingue Carl
Burckhardt 1878-1923” a cura della storica dell’arte Gianna A. Mina e dell’archeologo Tomas Lochman. www.museo-vela.ch
(GTV)